Anche #laculturaconta

Il (quasi) architetto faentino Michele Meinardi nell'ex chiesa dei Servi

Il (quasi) architetto faentino Michele Meinardi nell’ex chiesa dei Servi

Sì, anche #laculturaconta.
In questi mesi non ho voluto pubblicare niente qui sulla campagna elettorale, non volevo buttare anche la mia opinione nel mare magnum dei social network e dei soliti discorsi, e soprattutto non volevo sbilanciarmi su niente o nessuno. L’unica cosa che mi sento di dire così, a freddo, è che si è parlato troppo poco di cultura in questa campagna elettorale, specialmente nei 15 giorni che hanno preceduto il ballottaggio.

Perché? Perché Padovani sulla cultura aveva poco o niente da dire (il suo partito non è di certo famoso per questo ma per altri temi oggi molto cari alla popolazione e su cui ha fatto bene a puntare) e Malpezzi, sempre a corto di risorse, non poteva promettere ai faentini grossi investimenti (del resto se non ha i fondi per farli meglio non prometterli nemmeno).

Il problema della cultura secondo me sta alla base: c’è troppo menefreghismo. La convinzione di fondo per tutti (e quando dico tutti intendo i cittadini) è che “non è così importante” e “non sono questi i veri problemi”. E io non sono d’accordo.

Negli ultimi mesi ho sviluppato una particolare sensibilità per tutto l’ambito culturale faentino. A dire il vero credo che la mia storia d’amore con la cultura e la storia di Faenza, la traccia delle sue e delle nostre origini, sia iniziata nel febbraio del 2014. Un bel giorno mi imbatto in una pagina facebook chiamata “Torre dell’orologio di Faenza” che pubblica foto della città e aneddoti sul suo passato. Qualche giorno dopo il mio capo al Carlino mi chiama e mi dà carta bianca sulla rubrica di apertura dell’ora defunto settimanale del sabato. Ispirata decido di scrivere qualcosa: sono due pagine intere di intervista al gestore della pagina, Luigi Solaroli, un vero appassionato che passa le sue giornate in biblioteca a cercare tracce della Faenza che fu. Un’intervista fatta faccia a faccia, girando e rigirando per la città, esplorando angoli nascosti e dettagli che avevo sempre visto e mai guardato sul serio: è iniziata così la mia passione.

è lì che cambia anche il mio sguardo sulla città: comincio a notare le strade, i dettagli, le case. E il mio occhio cade subito all’angolo tra via Manfredi e via Comandini: quel 22 febbraio 2014 (no, non ho dovuto guardarci, è forse l’unico articolo di cui ricordo la data di pubblicazione) oltre all’intervista a Solaroli esce anche un pezzo su case Manfredi e sul suo abbandono, con le parole meste dell’assessore Zivieri che ne prospetta la vendita. Da allora, come i faentini sapranno, quel pensiero si è fatto più concreto: il Comune vuole venderlo a un privato in un atto di permuta finalizzato al restauro di palazzo del Podestà (e siamo già a quota due edifici in pieno centro in preda al degrado).

Da allora non ho smesso di girare per la città con lo sguardo all’insù, e mi sono accorta che il nostro centro storico, che a noi sembra quasi banale, è costellato di edifici di pregio bellissimi. C’è tutta una Faenza nascosta nei cortili interni dei palazzi signorili, nelle corti delle famiglie di pregio e nelle stanze dismesse di tanti gioielli che andrebbero recuperati e valorizzati, trasformati nel nostro punto forte e in un’attrazione per un turismo storico.

C’è una Faenza nascosta anche dietro alle impalcature all’angolo tra corso Saffi e via Manfredi, inglobata dietro pannelli di legno e strutture metalliche. Confesso che io per prima per molto tempo non ci ho fatto caso: era così da sempre, punto. Ma scrivere mi ha aiutato a sviluppare curiosità e senso critico, così ad un certo punto ho avuto la bella idea di sollevare lo sguardo e trovarmi davanti quella che in realtà è la seconda chiesa della città, finanziata nel ‘300 dagli stessi Manfredi e vero gioiello di Faenza. L’ex chiesa dei Servi dal 2002 appartiene al Comune, che l’ha acquistata assieme a case Manfredi per farne un grande complesso bibliotecario. Peccato che l’ambizioso progetto sia naufragato davanti ai costi elevatissimi necessari per rendere nuovamente agibili i due edifici e per riqualificarli. Eppure, sepolti tra le macerie di solai crollati del tutto o in parte e sotto al guano dei piccioni che se ne sono impossessati, ci sono affreschi del cinquecento, volte di Felice Giani, pale in finto marmo, colonne, archi, porticati che si affacciano su splendidi giardini interni: tutti spazi che dovrebbero essere di tutti e che arricchirebbero la città se sfruttati nel modo giusto.

Lo scorso aprile ho conosciuto Michele Meinardi, un (a breve) architetto che ha passato due anni a studiare mattone per mattone la chiesa dei Servi e ci ha scritto la tesi di laurea. Ha elaborato un progetto ambizioso che prevede la riqualificazione dell’intero complesso trasformandolo in una sala di studio e consultazione della biblioteca con una torre libraria automatizzata per cercare volumi, tante nuove postazioni e un caffè letterario. Il prezzo? Troppo alto, si parla di milioni di euro. Ma se lasciamo tutto com’è il prezzo sarà ancora più alto. Un paio di settimane fa io e Michele abbiamo fatto un bel giro dentro a tutto il complesso, dal quale è nato il reportage che trovate oggi sulle pagine faentine del Resto del Carlino. La situazione è molto critica, nelle parole dello stesso Michele «è peggiorata tantissimo nell’ultimo anno e mezzo». Ogni giorno che passa nell’incuria è un passo verso il crollo del complesso, o almeno delle sue parti più pericolanti: nella canonica con la splendida loggia coperta (avete presente quel porticato che si vede dal chiostro della biblioteca? Ecco, quello. Io mi ero sempre chiesa cosa fosse) è già caduta una trave e un’altra minaccia di farlo a breve. Nello stato in cui l’edificio si trova ora il crollo di una parte comporterebbe la caduta di qualcos’altro come conseguenza. E allora, oltre ai milioni spesi per l’acquisto, perderemmo anche una testimonianza del nostro passato e un’opportunità per il nostro presente e il nostro futuro.

La cultura è ricchezza, storia, identità, turismo e quindi, se le cose vengono fatte bene, anche lavoro. Negli anni di crisi è diventata un peso, perché i soldi sono andati alle strette emergenze e non alla riqualificazione di spazi che è un peccato vedere abbandonati a se stessi. So che l’amministrazione ha avuto le sue difficoltà sul tema, ma credo anche che la cittadinanza non abbia compreso fino in fondo il potenziale di un edificio come la chiesa dei servi e la ricchezza che contiene.

Mi piacerebbe ricevere qualche commento al riguardo: quanto i faentini ritengono importante la cultura? Che ruolo le affidano in una scala di priorità? Per me è alto, per voi?

Intanto se volete saperne di più oggi (19/06) in edicola sul Resto del Carlino di Faenza trovate il mio reportage completo sull’ex chiesa dei Servi, e qui sotto vi lascio alcuni scatti fatti durante il reportage oltre a quelli pubblicati oggi sul giornale. Ma questo non è l’unico edificio di Faenza in queste condizioni, e di certo non sarà il mio ultimo articolo su come la cultura venga spesso bistrattata sia da parte delle istituzioni che dai privati…

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Che tosta Lucia!

Lucia Annibali a Conselice

Lucia Annibali a Conselice

Sono una donna, e sono una femminista. Lo sono sempre stata, e ora so che arriveranno (o qualcuno si limiterà a pensarli) i soliti commenti del tipo “tu odi gli uomini”, “sei frustrata, da quanto non hai rapporti…?”, “la solita rompiballe!”, e per questo ho sempre pensato che il femminismo non fosse stato capito fino in fondo. Per me femminismo significa pari diritti, significa libertà, significa non essere penalizzata sul lavoro e non sentirmi appiccicati addosso gli stereotipi di quello che dovrebbe fare o non fare una brava donna di casa. Significa che non sono e non sarò mai una donna di casa, di quelle che preparano la cena o stirano, e non lo sono perché io non sono così. Femminismo significa soprattutto poter scegliere se esserlo o meno, e dare a tutti (uomini compresi: perché uno deve essere virile per forza se non vuole o non si sente di esserlo? Perché un uomo sposato a una donna con un buono stipendio che sceglie di stare a casa deve sentirsi chiamare “sfaticato” se può permettersi di farlo?) il diritto di scelta. Il XXI secolo deve essere (e secondo me la direzione è quella, ed è buona) l’era dell’individualismo, in cui ognuno deve sentirsi libero di esprimersi e di valorizzarsi, facendo della propria vita ciò che vuole – in fondo ne abbiamo una sola.

Ma prima di tutto deve finire la violenza. Deve finire il possesso, devono finire le relazioni malate basate su antichi precetti culturali quali “la donna è mia e non può essere di nessun altro”. Il possesso non è amore, perché l’amore è libertà di scelta. Di casi di donne picchiate dai loro mariti o ex ne abbiamo sentiti tanti negli ultimi anni, così come le storie di donne la cui vita è stata piegata dal loro aguzzino e spezzata secondo la volontà del loro uomo o ex. Lucia Annibali, però, non è tra queste. Il suo caso è probabilmente il più famoso: dopo la fine della relazione turbolenta con un uomo che aveva lasciato perché violento e sentimentalmente legato ad un’altra donna, il 16 aprile del 2013 ha trovato una figura scura ad attenderla sulla porta di casa. Era uno scagnozzo del suo ex pronto a gettarle l’acido in faccia.

Ho avuto l’onore di incontrare Lucia Annibali, due sere fa a Conselice, in occasione di una serata di presentazione del suo libro. Stimo Lucia da sempre e sono molto felice di aver partecipato e di poterne scrivere oggi sul Resto del Carlino Faenza – Lugo. è stato un evento molto toccante, dove lei ha ripercorso la relazione malata, il dolore, le operazioni, la rinascita. Ha subito 13 operazioni da quella notte, ora ha un nuovo volto e ha recuperato la vista, e soprattutto è diventata un simbolo della battaglia contro la violenza.

«Ho deciso di lottare subito, su quel pianerottolo: ho gridato per chiamare aiuto perché ho scelto la vita […] gli sguardi della gente ci sono anche ora, però per tutti gli ustionati al viso che vivono questa esperienza è diverso: sappiamo quanta fatica abbiamo fatto per raggiungere questo traguardo, è il senso di avercela fatta con grandi sacrifici. Giusto qualche giorno fa un signore per strada mi ha detto: «Sei bella Lucia, ma io ho visto le tue vecchie foto: prima eri particolarmente bella». Un discorso così non ha senso, non è un paragone. Prima era un’altra cosa. Ora c’è questo viso, e non sarà mai più come prima. Prima lo si accetta e meglio è»

La forza di Lucia secondo me sta proprio nella sua capacità di accettare ciò che la vita le ha dato senza domande ed andare avanti. Io al suo posto mi sarei guardata indietro mille volte, avrei fatto fatica ad accettarmi, mi sarei chiusa in casa a piangere. Avrei sbraitato e invocato un ritorno alla normalità impossibile col solo risultato di accanirmi sul passato convinta che non ci potesse essere presente o futuro. Lei invece l’ha accettato, per quanto debba essere stato difficile. Ha capito che c’era ancora vita per lei e ha guardato avanti verso ciò che poteva ancora fare e ottenere, e non a ciò che non avrebbe più potuto avere. Credo che sia un insegnamento per tutti, nelle situazioni di sempre: imparare ad accettare che le cose non sempre vanno come vorremmo e impegnarci per migliorarle. Guardarsi indietro sospirando non serve a nulla se non a sentirsi ancora più frustrati. Per Lucia la sfida era durissima, ma lei ha trionfato: le hanno portato via il viso, ma non la forza e neanche la bellezza.

Contro una persona così non c’è acido che tenga o stronzo che l’abbia vinta.

La vita è fuori da internet… O forse no

La prima volta che mi sono collegata a internet da questo vecchio computer dovevo avere una faccia del tipo "OHMIODIOCHEMONDOSCONFINATOPOSSOANCHECERCAREITESTIDEIBLUE"

La prima volta che mi sono collegata a internet da questo vecchio computer dovevo avere una faccia del tipo “OHMIODIOCHEMONDOSCONFINATOPOSSOANCHECERCAREITESTIDEIBLUE”

Ma sì, dai. Li abbiamo sentiti tutti, quei discorsi tipo “spegni quel cellulare, la vita vera non è su internet”. All’inizio ci credevamo pure, spaventati dai discorsi allarmisti sui virus e la pornografia online. In America c’erano università che usavano internet già negli anni ’70, ma a casa mia è arrivato praticamente solo nel 2007: prima di allora ci sono stati decenni in cui il web per noi era solo quel mondo mitico in cui vanno quelli delle grandi città, vastissimo e pieno di pericoli. Eh sì, perché alla televisione parlavano delle ragazzine adescate dai pedofili, e poi c’era quel tizio che una volta è andato su internet e si è preso 4 cavalli di troia e ha dovuto portare il computer in riparazione e ha perso tutti i suoi dati…!

Il discorso sul web in Italia è sempre stato schivo, improntato ai pericoli e non ai vantaggi. Per carità: i pedofili ci sono, ma esistevano anche prima e continuano ad esistere anche fuori, e io dal canto mio non avrei mai mandato foto di alcunché a un fantomatico malintenzionato online –che non mi è mai capitato di incontrare, del resto- così come non gli avrei mai dato foto di persona. È un po’ come quelli che vorrebbero chiudere ask.fm perché ci sono stati casi di adolescenti che hanno tentato il suicidio in seguito a domande ‘cattive’ ricevute: in questo caso la lotta dovrebbe essere contro il bullismo per dare assistenza psicologica a ragazzi sempre più fragili e sotto pressione, internet non c’entra. Chiudere ask.fm non risolverebbe problemi che si consumavano da sempre nelle aule prima che online.

Pensando al 2007, anno del grande sbarco di internet a casa Servadei, tante cose sono cambiate. Allora credevo (perché così mi dicevano tutti) che ci fosse una distinzione tra dimensione online e offline, e che la seconda fosse più importante della prima. C’era un tempo in cui ero online (sul notissimo e ora desolato msn principalmente, ma anche su netlog che era quel posto dove tutti avevano un profilo prima che facebook invadesse il mercato) e un altro in cui ero offline, ed era ben chiaro a tutti che “il secondo deve superare il primo” a meno di non essere “malati”, “fissati”, “chissà cosa stai combinando attaccata a quel coso”. Non potevo dire a mia madre che chattavo quotidianamente con una ragazza più piccola di me conosciuta sul forum di un gruppetto musicale perché “sicuramente è un pedofilo sotto mentite spoglie”, e poco importa se ci siamo sostenute a vicenda in quel percorso complesso che è l’adolescenza. Internet era sbagliato, punto.

La tristezza è che per molti continua ad essere così. Non parlo dei ventenni, ma di over 40 che ancora guardano alla rete come a qualcosa che deve essere spento perché “la vita è un’altra cosa”. È un modo di pensare che è ancora ‘standard’, sottinteso. Ma siamo sicuri che sia così?

C’è un solo momento della giornata in cui non sono su internet: mentre dormo, e solo se ricordo di staccare il 3G. Oggi internet non è più una dimensione parallela alla vita, è parte della vita. Quello che succede sul web, le relazioni che stringiamo, i link che condividiamo, sono parte della vita e incidono su di essa tanto quanto le persone che incontriamo per strada. Se una mia amica mi insultasse pubblicamente sulla sua bacheca di facebook, le conseguenze di quel gesto per me sarebbero reali (ad es: litigate, persone che le danno credito e mi guardano storto anche dal vivo), e anzi sarebbero più grosse di quelle di una scenata fatta in una pubblica piazza ‘offline’. Internet incide sulla nostra vita ‘reale’ tutti i giorni, senza il web sarebbe molto diversa. Non avere whatsapp probabilmente limiterebbe la mia vita relazionale e non avere internet non mi consentirebbe di lavorare. Ci sono centinaia di aziende che lavorano solo online, vai a dirgli che i loro profitti sono falsi! Sono verissimi, tant’è vero che l’ingresso di queste imprese nel mercato –e questo vale in primis per il giornalismo- ha cambiato completamente il modo di lavorare anche di chi è ‘offline’. L’idea che ‘se stacco internet trovo la vita vera’ è molto romantica, ma oggi assolutamente falsa.

Se spengo internet non trovo la vita, trovo solo persone che mi parlano di articoli letti/link condivisi/video virali senza che io possa capire ciò di cui si parla e parteciparvi, finendo per precludermi una parte di conoscenze fondamentali per vivere nel XXI secolo.

Detto ciò, deve esserci un equilibrio. Se sono fuori con un’amica principalmente faccio delle chiacchiere, per dedicarmi completamente al cellulare ci sono altri momenti. I catastrofisti al solito vedono nell’avvento di internet ‘la fine delle relazioni faccia a faccia’, ma in realtà quelle saranno sempre fondamentali. La chat su whatsapp e la passeggiata in centro continueranno a convivere, entrambe reali. Per cui se vi va di staccarvi dal mondo spegnete il 3G e andate a farvi un giro, ma al ritorno ricordatevi di riaccenderlo.

L’utilità delle belle notizie (e la figuraccia di Natale)

Il giardino della famiglia Gorini allestito con i Babbi Natale nell'igloo

Il giardino della famiglia Gorini allestito con i Babbi Natale nell’igloo

Anche le buone notizie servono. È un fatto, eppure ce ne dimentichiamo: le lasciamo a fondo pagina, attanagliate tra riquadri di rapine, omicidi, furti, incidenti. Come se le belle cose non fossero che piccoli lembi scivolosi di una realtà nera come la pece, un punto rosa in un paesaggio scuro pronto a precipitare nel burrone della crisi.

Come tutte le mie riflessioni, anche questa parte da un episodio che mi è accaduto qualche giorno fa, a Santo Stefano. Le feste non sono solo un’occasione per rimpinzarsi nel nido caldo del nucleo familiare, ma anche quella per rivedere le facce semisconosciute dei parenti lontani, di incontrare gli amici dei parenti o i parenti degli amici, e in questo caso gli amici dei genitori del mio ragazzo. La maggior parte di loro li conosco da anni, li ho incontrati in tante altre occasioni, e ogni tanto ci troviamo a mangiare insieme o a giocare a carte. Torniamo quindi alla sera di Santo Stefano: siamo tanti, la tavolata è grande, c’è anche una signora che non conosco e che siede nel lato opposto al mio. Ad un certo punto la conversazione finisce sull’allestimento della famiglia Gorini, in via De Gasperi a Faenza: il giardino di una piccola casa a pochi passi dal centro che ogni anno si trasforma in uno scenario natalizio con Babbi Natale e Befana intenti nelle azioni più strane. Ogni anno ne nascono quadretti esilaranti e particolari, e questo Natale 12 simpatici vecchietti vestiti di rosso prendono il caffè in un igloo. I bambini si fermano, accendono un pulsante e partono luci e musiche che per 5 minuti trasformano la strada in una festa: data la particolarità dell’allestimento e l’impegno della famiglia nell’illuminare la strada coi colori del Natale ho pensato che fosse una buona idea intervistarli. E così lunedì scorso una bella pagina sulla cronaca locale di Faenza era quasi interamente occupata dai 12 Babbi Natale che animano il giardino dei Gorini, coi due fratelli sorridenti accanto al loro capolavoro natalizio. E così mentre io raccontavo a chi mi sedeva vicino a tavola dell’intervista, ecco che la voce della signora sconosciuta –che non mi aveva sentito, essendo troppo lontana- sbotta: “Il Carlino ha dedicato una pagina intera a quella schifezza! Una pagina per quella roba! Ma si potrà?”

Tutti si girano a guardarla, io compresa. Non ho dovuto dire niente, perché tutti gli altri che mi conoscevano hanno iniziato a indicarmi e a gridare quasi in coro: “Guarda che l’ha scritto lei l’articolo!”. Mi ha guardato, ho visto il vuoto nei suoi occhi per qualche secondo. Io ridevo per sdrammatizzare. Poi ha sbottato qualcosa come: “La mia solita fortuna!” e ha continuato a sostenere la sua posizione, dicendo che quell’allestimento è brutto ed esagerato. Del resto, come dicevano i latini, “de gustibus non disputandum est”, i gusti non si discutono.

Riflettendo sull’accaduto, non sono affatto pentita di aver scritto quel pezzo. Anzi. In fondo gli occhi luccicanti dei bambini di fronte alle luci e alla magia di Babbo Natale sono ciò che fa veramente Natale, considerando che ormai il 25 dicembre è una tradizione radicata che va al di là della religione e che è tale anche per chi non crede. E credo anche che se una famiglia passa due mesi a decorare il giardino per passione vada valorizzata, considerando anche che luci e musiche pesano nella bolletta e stanno lì solo per intrattenere i visitatori dato che l’allestimento è all’esterno. La questione però va più a fondo di così: si tende sempre a pensare che il pezzo positivo sia inutile. Non è così. Probabilmente nessun redattore quando imposta la pagina di un giornale si ferma a pensare che non sta solo incastrando tra di loro parole e immagini, ma sta plasmando la realtà del suo lettore. Sui nostri giornali, telegiornali e pagine web riportiamo fatti di cronaca nera pensandoli come piccoli segmenti di anormalità da collocare su una realtà sociale condivisa e ben conosciuta da chi ci legge, ma i concetti di ciò che è ‘normale’ e ciò che non lo è si inseguono e si capovolgono continuamente sui media, nei salti da equilibrista di chi è pronto a fare del “caso” del giorno un exemplum del quotidiano –talvolta a torto. Alla fine passa un messaggio sbagliato, sembra che vada tutto male e finiamo per guardare la realtà con una lente di catastrofismo che non ci permette di apprezzare invece le cose belle che andrebbero valorizzate. Per questo le notizie positive servono, ci serve sapere che una famiglia per un mese all’anno paga una bolletta salata per vedere sorridere i bambini che passano, o che un gruppo di volontari ristruttura gratuitamente un vecchio molino per amore del proprio paese, o che a Riolo Terme vive un toro da record che fa incetta di premi in tutte le mostre a cui partecipa. Tutto questo ci serve a riequilibrare l’idea di realtà che diamo ai nostri lettori: le cose belle ci sono, basta guardarle. E per quanto l’omicidio o la rapina abbiano la priorità –giustamente- non dimentichiamoci che alla fine la questione è solo come guardi il bicchiere, e non com’è. Ovviamente ci deve essere un limite sancito dal buon senso: una gallery di gattini non è una bella notizia, è solo un modo per attirare qualche clic. Personalmente –e forse ingenuamente- credo che dovremmo ricordarci ogni giorno di dedicare almeno una pagina alle “belle notizie”: non da relegare in fondo al giornale però, ma da richiamare anche in prima pagina come a dire che “sì, sì: il Jobs act riscuote proteste e l’assassinio di Loris è ancora un mistero, ma la realtà che vi sta intorno è molto meglio di così e noi vi proponiamo il meglio di ciò che può offrirvi”.

Ah, quasi dimenticavo: Buon 2015!

I gay sono robot (tutte le conseguenze della mozione per la ‘famiglia naturale’ del consiglio comunale di Faenza)

Il sindaco Malpezzi, probabilmente già un po' dubbioso della decisione presa

Il sindaco Malpezzi, probabilmente già un po’ dubbioso della decisione presa

“Si dice che il minimo battito d’ali di una farfalla sia in grado di provocare un uragano dall’altra parte del mondo”: ricordo di aver sentito ripetere questa frase più volte all’interno di un film visto qualche anno fa con le amiche. E oggi mi torna in mente commentando il voto favorevole del sindaco Malpezzi di Faenza alla mozione forzista pro “famiglia naturale”, con la quale l’amministrazione si impegna a chiedere alla Regione l’istituzione di una “Festa della famiglia naturale fondata sull’unione fra uomo e donna” e a chiedere al governo di non applicare il Documento standard per l’educazione sessuale in Europa redatto dall’OMS. Risultato: il Pd si spacca, e la mozione passa.

Ma visto che il fatto probabilmente lo conoscete già –e se volete più dettagli potete sempre comprarvi il Carlino, c’è una bella pagina che ne parla- ecco a voi le conseguenze del battito d’ala del consiglio comunale faentino, dalla meno seria alla più seria:

  • Passa un messaggio sbagliato: la famiglia tradizionale NON è in crisi

Giornata contro la violenza sulle donne, giornata contro l’hiv, giornata per i cristiani perseguitati e tantissime altre: si istituisce una “giornata nazionale” quando bisogna difendere qualcosa che è in crisi. Se c’è una giornata per la prevenzione contro l’aids, ad esempio, è perché l’aids è un problema che non abbiamo ancora sconfitto.

Il messaggio che passa è chiaro: se istituiamo una giornata per la famiglia è perché la famiglia si sta estinguendo, e da stamattina ho già sentito considerazioni allarmistiche di questo tipo da parte dei cittadini. Ora, lasciate perdere gli allarmismi e guardatevi intorno: quante famiglie ‘classiche’ vedete? Tante. E quante composte da omosessuali? Pochissime. Quindi vi state fasciando la testa prima di rompervela, creando preoccupazione inutilmente e scatenando discussioni che si prestano a facili sbocchi in considerazioni da bar omofobe e di cattivo gusto.

  •  Il Pd spaccato a pochi mesi dalle elezioni

Siamo a dicembre, le prossime elezioni comunali saranno in primavera, e da questo punto di vista a livello politico Malpezzi non sembra aver agito in maniera previdente. Se la ferita non si risana si troverà contro non solo i comitati del web tramutatisi in partiti dopo anni di esperienza come leoni da tastiera, ma anche il suo stesso partito che si dice perplesso. Poi probabilmente troveranno un accordo e non ci saranno cambi di programma, ma certo è che le fratture interne non fanno presupporre niente di buono.

  • Dal Carroccio a Sel: le pagine facebook dell’opposizione cambiano segno

E a proposito di leoni da tastiera: scegliendo nel dettaglio di chi ha fatto degli insulti al primo cittadino il proprio biglietto da visita, oggi la più divertente e visibile conseguenza del consiglio comunale di lunedì scorso sono proprio le pagine facebook che gli fanno opposizione. È in queste sedi, infatti, che mi è capitato di leggere considerazioni sommarie, banali e un tantino irritanti contro le minoranze: chi fa opposizione ad un sindaco del Pd non può che appellarsi alla destra, in questo momento più leghista che mai. Oggi invece tutti progressisti: cambio di partito dal giorno alla notte, siamo passati dal Carroccio a Sel nel giro di un consiglio comunale!

Per la serie: cosa non si fa per attaccare il sindaco.

  • Ma davvero, a che serve?

Tremate, tremate, o voi dell’OMS: arriva Malpezzi. Trovo alquanto inutile che nel consiglio comunale di una cittadina di provincia ci si infiammi tanto su temi di competenza nazionale ed europea. Trovo ancora più divertente il fatto che ci si illuda che le proteste del sindaco della suddetta cittadina di provincia possano essere ascoltate dal governo nella scelta rischiosa di contraddire l’Europa su un tema delicato come i diritti degli omosessuali. Certo, probabilmente è solo una cosa di facciata, per testimoniare che Faenza “non ci sta”: ma le cose di facciata non servono a niente, specie quando si oppongono al progresso – a parer mio inevitabile- dei diritti umani. Insomma, possiamo discutere su quando dare loro il permesso di sposarsi e adottare bambini in Italia, ma non possiamo negare che un giorno tutto questo avverrà.

  • I gay sono robot

Ecco la conseguenza più preoccupante: i gay sono robot. È scritto tra le righe, eppure è lampante e risulta logico. Infatti naturale = che viene dalla natura senza la mano dell’uomo, che c’era prima di noi creato spontaneamente da quanto ci sta intorno. Dal consiglio comunale ci dicono che naturale è solo la famiglia composta da un uomo e una donna, e dato che il contrario di naturale è artificiale dobbiamo dedurne che le coppie gay siano artificiali, e quindi che loro siano artificiali. E siccome una cosa artificiale è una cosa “creata dall’uomo” (e che il parto è senza dubbio naturale, essendo prerogativa della coppia etero) dobbiamo dedurne che i gay siano robot.

Scherzi a parte: personalmente non appoggio la decisione del sindaco, almeno non in questo caso. Ma sono più che convinta che alla fine questo gran polverone si risolverà nel nulla e con le scuse del primo cittadino.

Una torta per Renzi e altre storie

Una torta, anche se questa non era per Renzi ma per me. Grazie mamma.

Una torta, anche se questa non era per Renzi ma per me. Grazie mamma.

Confessiamoci: non sono tanto le cifre, o le inchieste o la politica ciò che davvero attira l’attenzione del lettore medio di fronte a una notizia. Sono le storie, e più bizzarre sono e meglio è. È un meccanismo banale, eppure il fascino del racconto ha una forza intrinseca, quasi primordiale, che l’arte dello storytelling e i click del giornalismo online sembrano aver riscoperto solo ora. Le storie sono in grado di tradurre e sintetizzare percorsi molto più complessi, raccontandoci qualcosa in un modo che ci sembra più vicino a noi del classico articolo di giornale, e che risveglia più empatia. È quindi con una serie di aneddoti –di storie, appunto- che voglio aprire questo blog. Si tratta di episodi divertenti capitati sul lavoro, per lo più mentre ero in giro a fare sondaggi sugli argomenti più disparati fermando la gente per strada. Riguardano tutte gli anziani ma è un caso, sono solo i primi episodi che mi sono passati per la testa, e del resto se mi mantengo su questa linea è probabile che io alla loro età sarò un caso umano per pazzia ed eccentricità.

Una torta per Renzi

7 dicembre 2013, data storica per il premier: dopo la sconfitta contro Bersani riesce a sfondare il muro delle primarie ottenendo il 70% delle preferenze e sotterrando i due avversari Cuperlo e Civati, e questa è una storia che sapete già. Nella provincia di Ravenna il seggio in cui ha ottenuto la percentuale più alta di consensi è quello di Reda, piccola frazione di Faenza: su 324 votanti 287 voti per lui, l’88,6% delle preferenze. Merito dello stile comunicativo di Renzi, dello slogan che lo vuole rottamatore, della voglia di cambiamento o del fatto che i due avversari erano sconosciuti al grande pubblico? Macché, è solo grazie alle azdore, le donne tuttofare di campagna forti e decise, note per la loro imbattibilità in cucina. E così, dopo un sondaggio tra la popolazione per sapere che cosa avesse spinto in tanti a votarlo, mi arriva la telefonata dell’azdora che in anonimato mi racconta del suo amore per Renzi, che considera come un figlio, e di come si sia raccomandata a tutti di votarlo. Non solo: da tempo ha promesso a tutti una festa in parrocchia in caso di vittoria, con tanto di torta preparata da lei. E così avviene, perché in paese è l’azdora la vera padrona, quindi per riprendere il famoso hashtag: Renzi, puoi star sereno.

Attenzione, anziano alla guida

Castel Bolognese, assolato pomeriggio di inchieste prima delle elezioni comunali: vado in giro a chiedere ai castellani quali problemi del paese dovrebbe risolvere il prossimo primo cittadino. Mi avvicino ad un gruppo di signore che chiacchierano su una panchina. Appena aprono bocca capisco che sono badanti dell’est, e che difficilmente mi diranno qualcosa perché di solito faticano a capire quello che dico e anche quelle in regola temono di essere troppo appariscenti, e di essere rispedite nel paese di provenienza per un nonnulla. E in effetti nessuna di loro vuole partecipare al sondaggio. Però sono simpatiche, e finiamo per fare delle chiacchiere. Una di loro mi racconta che passa le sue giornate ad aiutare un signore ultranovantenne ancora abbastanza lucido ma non completamente autosufficiente. Ce l’ha con la motorizzazione che gli permette, ancora alla sua età, di guidare la macchina. Mi racconta che ogni viaggio con lui è un trauma: lui è distratto, non fa attenzione alla strada, ride davanti alle urla spaventate di lei che non ha la patente e cerca di farlo stare più vigile. Mi dice che ai semafori tutti gli automobilisti gli suonano dietro perché se passa una bella ragazza giovane lui si incanta a guardarla e a commentarla in maniera colorita e così non riparte al verde. Insomma, l’automobilista tipo che ti si piazza davanti proprio quando hai fretta.

Una firma per il Carlino

Martedì scorso. Il cielo è grigio, la pioggia fine ma sempre presente. Io sono di nuovo a Reda, giro senza ombrello perché lo odio e cerco di fare chiarezza su alcuni furti che mi sono stati riferiti da compaesani. Seguire una voce a volte può portare da qualche parte, ma non sempre: meglio verificare. Così suono il campanello di una casa per chiedere se gli inquilini ne sanno qualcosa. Mi apre una signora anziana, ha l’aria diffidente. Mi tiene a debita distanza. Tiene il cancello chiuso, e si sporge appena dalla porta a una decina di metri da me. Premessa: ultimamente a Faenza si sono verificati alcuni casi di raggiri ai danni degli anziani, e su facebook ne è nata una psicosi. Alcune grandi aziende mandano davvero gente a vendere contratti porta a porta, ma ogni spostamento di queste persone viene registrato come “sospetto truffatore”. Alcuni effettivamente lo sono e certamente la circospezione è d’obbligo, ma talvolta si esagera con l’allarmismo. “Signora, sono Sara Servadei del Resto del Carlino. Mi hanno riferito che ci sono stati dei furti in questa zona, lei sa dove?” chiedo. Lei mi guarda storto e mi chiede: “Eh? Non ci sento!” “Sono del Resto del Carlino” urlo di nuovo. Lei ha l’aria di chi non ha capito, si porta un dito verso l’orecchio e in forma preventiva mi dice: “Io non apro!” “E io non voglio entrare! Sono del Resto del Carlino, lei sa di furti in zona?” ripeto “Io non firmo!!” afferma lei, tutta convinta. La conversazione va avanti così per un po’, finché tutto il vicinato non ha capito per chi lavoro e lei ancora no. Alla fine la saluto, lei mi chiude la porta in faccia con aria snervata e bisbiglia: “Eh, si, se ne vada! Finalmente!” Una cosa buona c’è: di certo non la raggireranno mai. Ma se vedete segnalata una truffatrice a Reda sappiate che, almeno in questo caso, è un falso allarme.